

ITA: Nel 1959 nel terzo volume degli Studi in onore di Riccardo Filangieri (1959) Raffaele Mormone (1920-2008) pubblicò uno studio sull’aspetto della chiesa di Santa Chiara prima della distruzione dovuta al bombardamento del 4 agosto 1943. La ricerca si basava principalmente sulle carte di un processo conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli: nel 1745, l’architetto Martino Buonocore rivendicava non pochi crediti dall’amministrazione del convento per il progetto e la direzione di quei lavori. L’incartamento, frammentario, faceva luce non solo su quella che può considerarsi la più importante riconfigurazione di un monumento gotico a Napoli, ma anche sulle dinamiche tra committenza e architetti nella città a metà Settecento. Lo studio, come quelli su Domenico Antonio Vaccaro dello stesso Mormone, si pone come vero e proprio ‘apripista’ per una riconsiderazione sul Settecento napoletano, non solo per quanto riguarda l’architettura, ma anche per la pittura e le arti decorative, a quel tempo totalmente prive di riferimenti bibliografici.
ENG: In the third volume of Studi in onore di Riccardo Filangieri (1959), Raffaele Mormone (1920-2008) published a study on the appearance of the Church of Santa Chiara before it was heavily bombed on August 4, 1943. His research was based mainly on trial papers held at the Archivio di Stato in Naples. In 1745 the architect Martino Buonocore claimed no small number of credits with the administration of the Santa Chiara convent for the projecting and directing of works there. The documentation, although fragmentary, sheds light not only on what may be considered the most important reconfiguration of a Gothic monument in Naples but also on the relations between clients and architects in Naples in the mid-1700s. Mormone’s study, like the one he did on Domenico Antonio Vaccaro, is a veritable ‘trailblazer’ for a re-examination of the 17th century in Naples, not only in regards to architecture but also for painting and the decorative arts, which at his time were totally lacking in bibliographical references.

ITA: In Abruzzo, nella chiesa di San Nicola di Bari a Prata d’Ansidonia, si trova un ambone di difficile interpretazione, ben noto nel panorama artistico italo-meridionale. L’installazione liturgica ha suscitato l’interesse di diversi studiosi, che ne hanno descritto principalmente gli elementi formali e decorativi. Riconoscendo il manufatto all’interno di una tradizione locale di arredi liturgici, se ne fornisce un’analisi delle caratteristiche iconografiche e iconologiche. L’articolo suggerisce inoltre una possibile collocazione del monumento nel suo luogo di origine, la chiesa di San Paolo ad Peltuinum, discutendone la contestualizzazione all’interno dello spazio sacro. Infine, l’ambone di Prata è inquadrato nello scenario della diocesi di Sulmona-Valva: ricostruendo le complesse vicende storiche della diocesi è possibile far luce sulla sua insolita committenza, aspetto finora non approfondito.
ENG: In Abruzzo, in the Church of San Nicola di Bari in Prata d’Ansidonia, there is an ambo that is hard to interpret, although well known in the artistic panorama of southern Italy. It has awakened the interest of several scholars, who have been concerned mainly to describe its formal and decorative elements. The present paper, situating this liturgical installation in the light of a local tradition of church furnishings, provides an analysis of its iconographic and iconological features. It also makes a suggestion as to where the ambo may have stood in its original location, namely the Church of San Paolo ad Peltuinum, and discusses its contextualization within the sacred space. Lastly, it sets the ambo in the scene of the diocese of Sulmona-Valva. By reconstructing the complex historical events of the diocese, it becomes possible to shed light on its unusual patronage, an aspect that has not been dealt with in depth until now.

ITA: Da tempo gli studi hanno evidenziato l’importante ruolo svolto dai codici bolognesi nella formazione e nello sviluppo della miniatura napoletana tra la seconda metà del XIII e i primi decenni del XIV secolo. Rintracciare manoscritti emiliani che hanno circolato a Napoli, tuttavia, non è agevole. Quelli finora noti, relativamente pochi, sono soprattutto di diritto, circostanza dovuta all’importante ruolo svolto dalla città felsinea nell’ambito degli studi giuridici. Acquista dunque particolare valore poter ricondurre all’ambiente angioino il ms. VII.AA.8 della Biblioteca Nazionale di Napoli, recante il commento ai salmi di Pietro Lombardo. Il codice, di origine emiliana e databile tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, era a Napoli già all’inizio del Trecento, quando un miniatore francese, già noto agli studi e attivo nella capitale del Regno dal 1315 ca., aggiunse due iniziali miniate a f. 2r. Non si sa ancora per quali vie il codice arrivò a Napoli, ma qui era in uso ancora nel XV e nel XVI secolo, quando è attestata la sua appartenenza alla biblioteca del convento agostiniano di San Giovanni a Carbonara.
ENG: Critical studies have dealt for some time now with the important role played by Bolognese codices in the formation and development of Neapolitan manuscript illumination between the second half of the 13th century and the early decades of the 14th. However, it is no easy matter to recognize the Emilian manuscripts that circulated in Naples. The relatively few ones known so far are mainly about law, a circumstance due to the important role Bologna played in the production of juridical studies. For this very reason it is particularly significant to have been able to associate ms. VII.AA.8 in the Naples National Library – a commentary on the Psalms by Pietro Lombardo – with the Angevin Naples environment. The codex, of Emilian provenance and datable between the late 12th century and early 13th, was already in Naples by the early 14th century when a French miniaturist well known to critical studies added two illuminated initials to f. 2r. It has not yet been ascertaned how the codex got to Naples, but it was still being consulted in the 15th and 16th centuries, when its presence is attested at the Augustinian convent in the town of San Giovanni a Carbonara.

ITA: L’articolo analizza gli affreschi dell’abside della chiesa capuana di San Salvatore piccolo –focalizzando sulle componenti culturali orientali e occidentali che lo animano – sullo sfondo della presenza greca in Campania tra XIII e XIV secolo, riconducendone la committenza a un personaggio finora mai preso in considerazione dalla critica: ‘domina Galgana dicta Greca’, badessa di san Giovanni delle Monache a Capua (da cui San Salvatore piccolo dipendeva) nel periodo 1286-1339.
ENG: The present article analyzes frescoes in the apse of the Capua Church of San Salvatore Piccolo, focalizing on the oriental and occidental cultural components that enliven them, taking into account the Grecian presence in Campania at the turn of the 14th century. The commissioner of the frescoes is identified as a personage who has never yet been taken into consideration in critical literature, «domina Galgana dicta Greca», abbess from 1286 to 1339 of San Giovanni delle Monache in Capua, from which the church of San Salvatore piccolo depended.

ITA: L’articolo prende in esame le vicende dei sepolcri trecenteschi realizzati nella chiesa napoletana di Santa Chiara per due infanti della casa reale angioina, Maria d’Angiò (†1328) e Ludovico di Durazzo (†1344). I pochi documenti d’archivio noti, completati dalle fonti erudite napoletane della tarda età moderna, consentono di ricostruire le diverse ubicazioni e l’allestimento di queste tombe, probabilmente più soggette a manipolazione rispetto alle altre proprio perché riservate a bambini. Tuttavia, questi fanciulli della casa d’Angiò e le loro memorie sepolcrali hanno attirato l’attenzione dei francesi che nel tardo XVIII secolo hanno promosso un’idea nazionalistica della Napoli angioina, tra i quali Aubin-Louis Millin (1759-1818). Un disegno eseguito per lui, a lungo passato pressoché inosservato, contribuisce a chiarire la storia materiale di questi monumenti, finora piuttosto nebulosa, prima del loro riallestimento neogotico e della loro quasi totale distruzione durante la Seconda guerra mondiale. Gli accidenti della storia, dunque, fanno di quest’immagine realizzata per Millin una testimonianza significativa delle sculture funerarie degli infanti angioini di Napoli, oggi in gran parte scomparse.
ENG: The paper examines the fate of the mid-fourteenth century sepulchers commemorating Maria of Anjou (t 1328) and Ludovico of Durazzo (t1344) at Santa Chiara in Naples. The few extant contemporary documents supplemented by Baroque period Neapolitan chronicles trace their various locations and arrangements, more vulnerable to changes because children only were shown. Nevertheless, as members of the House of Anjou, they caught the attention of later eighteenth century Frenchmen who advanced the nationalistic idea of Naples angevine. Aubin-Louis Millin (1759-1818) was among them and the long ignored drawing for him published here clarifies previous confusion surrounding these monuments’ material history, prior to neo-gothic modifications and then their near destruction during World War II. Accidental circumstances made this image into a significant testament to largely vanished funerary sculptures of medieval Neapolitan royal children.

ITA: Fatta salva la figura di Colantonio, elogiato nel 1524 dal Summonte come unico artista locale degno di nota nel corso del secolo precedente e di cui si conoscono alcuni dipinti certi, la pittura del Quattrocento nella Napoli aragonese è fatta di opere senza nomi e di nomi senza opere: come ad esempio quelli di Jacopo Barreta, Paolo Burriello, Francesco Alopo, Aniello Abbate, Minichello Battipalla, Aniello e Francesco Busanna, Bartolomeo de Gaudio di Capua, Renzo Cannabacciolo, Marchitello Gallo, Angelo Porpora, Luca da Napoli, Nicola Zoppo, Andrea Baia o Giovanni di Giusto. Una tavola con un San Nicola di Bari, rubata nel 1993 dalla chiesa di Santa Maria di Portanova a Napoli e di recente recuperata, datata 1471 e siglata «A. de C. p[inxit]», permette oggi di provare a identificare il più rilevante tra questi ‘nomi senza opere’, quello di Antonello da Capua, pittore e ricamatore di Alfonso e Ferrante d’Aragona, documentato tra il 1441 e il 1492 e forse identico all’altro artista noto col nome di Antonello da Gaeta o del Perrino, pur esso attivo come pittore e ricamatore di corte per i re di Napoli tra il 1441 e il 1488. Il confronto con questo dipinto siglato consente inoltre di associare al nome di Antonello da Capua, o del Perrino, alcune opere in prevalenza realizzate con la tecnica rara della tempera su tela, come la Madonna e santi del Museo Campano di Capua, già creduta di Colantonio o di Jacomart, dipinta nel 1449 per Gabriele Mastrilli e la chiesa di Sant’Angelo in Palco a Nola, o come le più tarde Madonne delle chiese di Sant’Antonio a Maddaloni e di Santa Maria del Popolo a Torella dei Lombardi (1484).
ENG: But for Colantonio, lauded by Summonte in 1524 as the only local artist worthy of mention in the whole preceding century, only a few of whose works are known with certainty, Quattrocento painting in Aragonese Naples is all about works without names and names without works – names such as Jacopo Barreta, Paolo Burriello, Francesco Alopo, Aniello Abbate, Minichello Battipalla, Aniello and Francesco Busanna, Bartolomeo de Gaudio di Capua, Renzo Cannabacciolo, Marchitello Gallo, Angelo Porpora, Luca da Napoli, Nicola Zoppo, Andrea Baia, and Giovanni di Giusto. A San Nicola di Bari stolen in 1993 from the Church of Santa Maria di Portanova in Naples and recently recovered, dated 1471 and initialed «A. de C. p[inxit]», makes it possible now to try and identify the most significant of these ‘names without works’, that of Antonello da Capua, painter and embroiderer under Alfonso and Ferrante d’Aragona, documented between 1441 and 1492, and perhaps identical with the artist known under the name of Antonello da Gaeta or del Perrino, likewise active as a court painter and embroiderer for the same kings of Naples between 1441 and 1488. Moreover, comparison with the initialed painting allows the name of Antonello da Capua, or del Perrino, to be attributed with some works most of which were done with the rare technique of tempera on canvas, like the Madonnas and Saints in the Museo Campano in Capua, once thought to be by Colantonio or Jacomart, painted in 1449 for Gabriele Mastrilli and the Church of Sant’Angelo in Palco a Nola, or the Madonnas, done later, in the churches of Sant’Antonio a Maddaloni and Santa Maria del Popolo in Torella dei Lombardi (1484).

ITA: La personalità artistica del pittore di Aversa Giovan Battista Graziano è stata studiata quasi esclusivamente in relazione all’attività meridionale di Marco Pino. Il livello qualitativo abbastanza sostenuto delle sue opere certe, che sono tutte collocate in provincia, rende necessaria una più approfondita analisi della sua opera. Il saggio mette ordine nel corpus di dipinti del pittore, ridiscutendolo alla luce di nuove acquisizioni documentarie e aggiungendovi una nuova opera firmata e datata. La rilettura critica delle sue opere porta ad inserire Graziano nella generazione di pittori ‘regnicoli’ che risposero nell’ottavo e nel nono decennio del XVI secolo alle richieste della committenza artistica più avvertita mitigando la furia espressiva delle formule manieriste importate nel meridione da Marco Pino con una convinta adesione alle istanze devozionali promosse dalla Controriforma cattolica.
ENG: The artistic personality of Giovan Battista Graziano from Aversa has been studied almost exclusively in connection with the activity of Marco Pino in southern Italy. The quite consistently sustained quality of his works, all of which are in the Province of Aversa, calls for a deeper analysis of his opus. The present essay seeks to bring order into the corpus of his paintings in the light of new documentary evidence while adding an acquisition to his catalogue, signed and dated. A critical reinterpretation of his works justifies the inclusion of Graziano in the generation of painters, subjects of the Kingdom of Naples, who catered to the demands of art patrons in the 1570s and 1580s for works that were toned down from the expressive fury of Mannerist formulas imported into southern Italy by Marco Pino and characterized instead by a firm adhesion to the devotional requirements of the Counter Reformation.

ITA: Tra le opere d’arte conservate nel Castello Hearst (San Simeon, California), vi è un reliquiario di San Giovanni Battista, in legno argentato e dorato, acquistato nel 1927 da W.R. Hearst all’asta newyorkese della collezione madrilena del conte de Las Almenas. Collegando il busto a quelli del Museo Nacional de Escultura di Valladolid provenienti dai conventi di San Pablo e di San Diego – entrambi patrocinati dal duca di Lerma, valido di Filippo III di Spagna – il presente contributo propone un’attribuzione della scultura al napoletano Aniello Stellato, probabile autore della gran parte di queste due serie vallisoletane di reliquiari (1606-1608), ipotizzandone una possibile pertinenza alla raccolta del convento di San Pablo.
ENG: Among the works of art in Hearst Castle (San Simeon, California) there is a reliquary bust of St. John the Baptist in silvered and gilded wood, bought by W.R. Hearst in 1927 at the auction in New York of the Madrid collection of Count de Las Almenas. Having linked the bust to others held at the Museo Nacional de Escultura in Valladolid coming from the convents of San Pablo and San Diego – both of which had been commissioned by the Duke of Lerma, valido under Philip III of Spain – the present contribution proposes that the sculpture be assigned to the Neapolitan artist Aniello Stellato, who was probably the author of a large number of these two series of Valladolid reliquaries (1606-1608), and advances the hypothesis of a possible connection with the collection in the convent of San Pablo.

ITA: Questo studio, riprendendo un filone di ricerca affermatosi negli ultimi due decenni del secolo scorso, s’inserisce nel più ampio dibattito sui rapporti tra ‘centro’ e ‘periferia’ in età tardobarocca, e, specificatamente, tra Napoli e alcuni centri della Campania dove dagli anni Quaranta del XVIII secolo si diffuse la cultura tardobarocca. La ricostruzione sistematica della committenza artistica della chiesa dell’Annunziata di Giugliano nel XVIII secolo permette di stabilire che da parte della Santa Casa ci fu piena adesione alla cultura architettonica, pittorica e urbanistica della capitale del Regno, circostanza, questa, non del tutto scontata, soprattutto, se si tiene conto che nel limitrofo centro di Aversa la ‘dipendenza’ dalla cultura architettonica romana fu prevalente.
ENG: The present study, taking up a line of research that emerged during the last two decades of the last century, partakes in the broader discussion of the relations between ‘center’ and ‘periphery’ in the Late-Baroque period and, specifically, between Naples and certain centers in Campania where the Late-Baroque arose in the 1740s. Systematic study of the artistic patronage of the Annunziata Church in Giugliano in the 18th century reveals that that Sacred Institution embraced the architectural, pictorial, and urbanistic culture of the capital city of the Kingdom – a circumstance not to be taken for granted considering that Roman architectural culture prevailed in the neighboring town of Aversa.

ITA: Nell’anno delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte di Raffaello, si vuole ripartire dalla monografia che Sergio Ortolani dedicò all’Urbinate, edita nel 1942, per ripercorrere alcune pagine su Raffaello scritte a Napoli o da artisti napoletani negli anni del secondo conflitto bellico e in quelli immediatamente successivi. I brani che si rileggono o che si pubblicano per la prima volta sono di Luigi Pepe Diaz, Paolo Ricci e Guglielmo Peirce: tutti artisti in aperta opposizione al regime fascista, come pure fu Ortolani, che si dedicarono in più occasioni alla scrittura, soprattutto Ricci e Peirce, e che pagarono personalmente le proprie scelte politiche. Per quanto si tratti di scritti di diversa tipologia – una monografia nel caso di Ortolani, appunti in forma manoscritta per Pepe Diaz, un articolo de «L’Unità» per Ricci, un brano di un romanzo per Peirce –, ciò che tiene insieme queste pagine, al di là dei rapporti che gli autori intrattennero tra loro nel corso della loro vita, è il ricorrere a Raffaello in uno dei momenti storici più dolorosi del secolo scorso, per parlare di Patria, di Italia, di Libertà e di Civiltà.
ENG: In the year of the quincentennial celebrations of the death of Raffaello (1520), it is fitting to begin with the monograph on the artist published by Sergio Ortolani in 1942, and continue with pages written in Naples or by Neapolitan artists during the Second World War and in the years immediately following. The passages re-edited or published for the first time were by Luigi Pepe Diaz, Paolo Ricci, and Guglielmo Peirce, all of whom openly opposed the Fascist regime, as did Ortolani himself, expressing themselves in writing, especially Ricci and Peirce, and paying the consequences of their political choices. Although their writings were typologically different – a monograph in Ortolani’s case, notes in manuscript form by Pepe Diaz, an article in the Communist Party newspaper L’Unità by Ricci, a passage in a novel by Peirce – what links these pages, besides the personal relationships among their authors, is that they all turned to Raffaello in one of the most painful historical moments of the past century in order to speak of patriotism, Italy, liberty, and civilization.
ITA: Delineando gli sviluppi del dibattito critico sull’arte relazionale, con particolare riferimento agli studi di Nicolas Bourriaud sull’estetica relazionale e alle più recenti riflessioni di Claire Bishop, il saggio intende proporre una nuova contestualizzazione dell’argomento, sottolineando l’incidenza della cultura digitale e il ruolo assunto dalla Rete e dai Nuovi Media in ambito artistico. Viene proposta, pertanto, una lettura teorica che investe la funzione dell’artista in una prospettiva trans-disciplinare, con sconfinamenti soprattutto nel campo delle scienze sociali. Il passaggio dal Potsmodern all’era della ‘meta-tecnologia’ ha comportato, difatti, l’urgenza di pervenire a una riformulazione delle categorie interpretative dell’arte, ponendo una diversa attenzione all’opera intesa come processo e alla funzione sociale dell’arte. Offrendosi come ‘dono’ in un’epoca in cui lo ‘scambio’ avviene prevalentemente attraverso la Rete, l’opera-festa-evento sviluppa connessioni con il territorio e con la comunità, ridefinendo le prospettive critiche sul tema dell’arte pubblica relazionale e partecipativa.
ENG: Tracing the developments of the critical debate on relational art, with particolar reference to studies by Nicolas Bourriaud on relational aesthetics and the more recent reflections by Claire Bishop, the present essay intends to propose a new contextualization of the issue, stressing the incisive influence of digital culture and the role played by the Network and New Media in art. What is proposed, then, is a theoretical interpretation that regards the function of the artist in a trans-disciplinary perspective, with some encroachments especially into the field of social sciences. In fact, the passage from Postmodern to the era of ‘meta-technology’ has made it urgent to reformulate the interpretive categories for art, taking a different approach to art work, to be understood as process, and also to its social function. Offered as a ‘gift’ in an epoch in which the ‘exchange’ takes place mainly over the Network, the work of art-celebration-event creates connections with the territory and the community that redefine critical perspectives on the theme of relational and participatory public art.